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Hanno
suscitato un certo scalpore i recenti dati Istat sulla
famiglia, non solo per il fatto che le separazioni
continuano ad aumentare, come del resto i divorzi, ma
anche perché si tratta soprattutto di unioni appena
iniziate. Inoltre, 7 volte su 10 sono le donne a
chiedere le separazioni e a chiederle in condizioni di
svantaggio. Quest’ultimo dato corrisponde a una tendenza
indicativa, specie se si pensa che si tratta
prevalentemente di donne del Nord (nel Sud i legami
istituzionali e comunitari sono più forti) e che il
fenomeno segue a ruota una tendenza più accentuata in
altri Paesi europei, nell’ex Urss e negli Usa.
Si tenga conto che alle donne
vengono affidati i figli nella quasi totalità dei casi e
che mentre gli uomini che ricevono in affidamento i
figli lavorano, per le donne spesso non è così (nel 30
per cento circa dei casi); il che moltiplica i problemi,
ma non costituisce deterrente alla separazione, tanto è
forte il desiderio di liberazione. A costo di sacrifici
duri, di bussare alle porte di amici, familiari e quanti
vorranno aiutarle a sopperire alle necessità dei figli
(ben sapendo quanto sarà difficile dopo richiedere ai
mariti la loro parte), preferiscono chiudere la partita
di un’unione fallimentare e puntare alla qualità della
vita: non ritengono possibile rassegnarsi ai toni aspri
di una conflittualità senza sbocco, accettare
all’infinito l’umiliazione dello sfruttamento.
Tolte le separazioni per
intollerabilità della convivenza, che sono la
maggioranza, negli altri casi la separazione è stata
ritenuta addebitabile al marito nel 22 per cento dei
casi e alla moglie nel 2,3 per cento. La donna non
accetta più di vivere la relazione di coppia secondo i
canoni della disuguaglianza ereditati dalla tradizione.
Come il partner, anch’essa intende lavorare, studiare,
partecipare ai momenti di vita associativa e politica,
godere di momenti di riposo. Quale contrasto rispetto al
tempo in cui le donne si sentivano vincolate al
matrimonio ad ogni costo; disposte anche a subire
tradimenti e violenze, pur di non rompere un’unione che
del resto spessissimo rappresentava l’unica fonte di
sussistenza per lei e per i figli. Oggi le donne non si
accontentano più, non si rassegnano; reagiscono e se
viene superata la soglia delle condizioni di convivenza
sopportabili se ne vanno.
Non si può però dire che il
matrimonio in sé sia una specie in estinzione.
Tutt’altro. Il problema riguarda la durata nel tempo. Le
ricerche attestano che gli adolescenti continuano a
sognare un matrimonio felice, in combinazione con un
buon lavoro, ma si sposeranno "solo con la persona
giusta" (Indagine Unicef 1994 in Abruzzo). Non bastano i
volti sorridenti degli spot a convincerli: troppi sono i
matrimoni falliti registrati tra parenti, amici, nelle
storie della Tv.
Perché poi, questi stessi
adolescenti, si ritrovano a 25-30 anni sposati e delusi?
«Il fatto è che siamo analfabeti in amore», viene detto
in un film di Bergman. Non possiamo fare fronte a questo
analfabetismo semplicemente moltiplicando i corsi pre e
post matrimoniali, quando abbiamo di fronte giovani
innamorati, ma che non sanno amare. In essi spesso
l’attrazione riesce a coniugarsi con la superficialità,
la dimenticanza, il tradimento, l’abitudine alla
banalizzazione del sesso che troppo in fretta salta gli
stadi della tenerezza, dell’incontro approfondito tra
due persone, rubando il tempo alla conoscenza reciproca,
ai silenzi, agli sguardi, ai progetti. Come può un
matrimonio reggere se non vengono ricomposte a livello
di maturità umana le dimensioni della sessualità
(erotismo), dell’amore (affettività), dell’alleanza
(eticità)?
Troppi pensano di dover
«verificare se si sta bene insieme», avviando unioni
che, ben collaudate sul piano del sesso, non reggono che
qualche anno o pochi mesi. Amarsi senza conoscersi: non
è questo il tema di quell’inquietante film, Ultimo
tango a Parigi, dove i protagonisti fanno l’amore
senza voler nemmeno sapere il nome dell’altro?
Giustamente è stato scritto: «Per lo sguardo del
playboy la foglia di fico è stata semplicemente
spostata in una parte diversa del corpo: essa nasconde
ora il volto umano».
Nel mondo cattolico questi
problemi sono certamente avvertiti, anche se prevale
talvolta la nostalgia del passato. Si preferisce una
pastorale della "consolazione", specie per le donne, e
una strategia del silenzio nei confronti del disimpegno
e della violenza maschile.
Ma più che le proclamazioni
etiche, più che la forza dei precetti e della
tradizione, può la testimonianza di sposi che fanno
gioiosamente il loro cammino riconoscendosi, come tutti,
studenti a vita del rispetto della sacralità di sé e
dell’altro, della stima delle risorse che l’altro genere
possiede, del mistero del suo corpo e della sua cura
(alimentazione, vestiti, salute, bellezza). C’è bisogno
di donne e uomini esperti nell’arte di amare per
risorgere dal passato maschilista e da certe scomposte
reazioni femministe.
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