ANALFABETI IN AMORE

 

 
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La sociologa Giulia Paola Di Nicola commenta i recenti dati Istat su separazioni e divorzi in Italia.

   

   

Hanno suscitato un certo scalpore i recenti dati Istat sulla famiglia, non solo per il fatto che le separazioni continuano ad aumentare, come del resto i divorzi, ma anche perché si tratta soprattutto di unioni appena iniziate. Inoltre, 7 volte su 10 sono le donne a chiedere le separazioni e a chiederle in condizioni di svantaggio. Quest’ultimo dato corrisponde a una tendenza indicativa, specie se si pensa che si tratta prevalentemente di donne del Nord (nel Sud i legami istituzionali e comunitari sono più forti) e che il fenomeno segue a ruota una tendenza più accentuata in altri Paesi europei, nell’ex Urss e negli Usa.

Si tenga conto che alle donne vengono affidati i figli nella quasi totalità dei casi e che mentre gli uomini che ricevono in affidamento i figli lavorano, per le donne spesso non è così (nel 30 per cento circa dei casi); il che moltiplica i problemi, ma non costituisce deterrente alla separazione, tanto è forte il desiderio di liberazione. A costo di sacrifici duri, di bussare alle porte di amici, familiari e quanti vorranno aiutarle a sopperire alle necessità dei figli (ben sapendo quanto sarà difficile dopo richiedere ai mariti la loro parte), preferiscono chiudere la partita di un’unione fallimentare e puntare alla qualità della vita: non ritengono possibile rassegnarsi ai toni aspri di una conflittualità senza sbocco, accettare all’infinito l’umiliazione dello sfruttamento.

Tolte le separazioni per intollerabilità della convivenza, che sono la maggioranza, negli altri casi la separazione è stata ritenuta addebitabile al marito nel 22 per cento dei casi e alla moglie nel 2,3 per cento. La donna non accetta più di vivere la relazione di coppia secondo i canoni della disuguaglianza ereditati dalla tradizione. Come il partner, anch’essa intende lavorare, studiare, partecipare ai momenti di vita associativa e politica, godere di momenti di riposo. Quale contrasto rispetto al tempo in cui le donne si sentivano vincolate al matrimonio ad ogni costo; disposte anche a subire tradimenti e violenze, pur di non rompere un’unione che del resto spessissimo rappresentava l’unica fonte di sussistenza per lei e per i figli. Oggi le donne non si accontentano più, non si rassegnano; reagiscono e se viene superata la soglia delle condizioni di convivenza sopportabili se ne vanno.

Non si può però dire che il matrimonio in sé sia una specie in estinzione. Tutt’altro. Il problema riguarda la durata nel tempo. Le ricerche attestano che gli adolescenti continuano a sognare un matrimonio felice, in combinazione con un buon lavoro, ma si sposeranno "solo con la persona giusta" (Indagine Unicef 1994 in Abruzzo). Non bastano i volti sorridenti degli spot a convincerli: troppi sono i matrimoni falliti registrati tra parenti, amici, nelle storie della Tv.

Perché poi, questi stessi adolescenti, si ritrovano a 25-30 anni sposati e delusi? «Il fatto è che siamo analfabeti in amore», viene detto in un film di Bergman. Non possiamo fare fronte a questo analfabetismo semplicemente moltiplicando i corsi pre e post matrimoniali, quando abbiamo di fronte giovani innamorati, ma che non sanno amare. In essi spesso l’attrazione riesce a coniugarsi con la superficialità, la dimenticanza, il tradimento, l’abitudine alla banalizzazione del sesso che troppo in fretta salta gli stadi della tenerezza, dell’incontro approfondito tra due persone, rubando il tempo alla conoscenza reciproca, ai silenzi, agli sguardi, ai progetti. Come può un matrimonio reggere se non vengono ricomposte a livello di maturità umana le dimensioni della sessualità (erotismo), dell’amore (affettività), dell’alleanza (eticità)?

Troppi pensano di dover «verificare se si sta bene insieme», avviando unioni che, ben collaudate sul piano del sesso, non reggono che qualche anno o pochi mesi. Amarsi senza conoscersi: non è questo il tema di quell’inquietante film, Ultimo tango a Parigi, dove i protagonisti fanno l’amore senza voler nemmeno sapere il nome dell’altro? Giustamente è stato scritto: «Per lo sguardo del playboy la foglia di fico è stata semplicemente spostata in una parte diversa del corpo: essa nasconde ora il volto umano».

Nel mondo cattolico questi problemi sono certamente avvertiti, anche se prevale talvolta la nostalgia del passato. Si preferisce una pastorale della "consolazione", specie per le donne, e una strategia del silenzio nei confronti del disimpegno e della violenza maschile.

Ma più che le proclamazioni etiche, più che la forza dei precetti e della tradizione, può la testimonianza di sposi che fanno gioiosamente il loro cammino riconoscendosi, come tutti, studenti a vita del rispetto della sacralità di sé e dell’altro, della stima delle risorse che l’altro genere possiede, del mistero del suo corpo e della sua cura (alimentazione, vestiti, salute, bellezza). C’è bisogno di donne e uomini esperti nell’arte di amare per risorgere dal passato maschilista e da certe scomposte reazioni femministe.