Lettera al direttore  "FAMIGLIA OGGI"

 

Spettabile Direzione di
FAMIGLIA OGGI,

Inviato: 09/03/2001 20.15



sono qui a scrivere per congratularmi, sostanzialmente, per l’aver visto focalizzare l'intero numero del febbraio 2001 sull’argomento dei minori in relazione alle separazioni coniugali, che seguo da tempo. Esso si aggiunge e completa quanto sporadicamente trattato sull'argomento in varie precedenti occasioni. La variegata gamma di punti di vista rappresentati fa sì che il numero della rivista possa essere preso ad indicatore dello stato delle conoscenze attuali in Italia su questo fenomeno sociale. Stato caratterizzato ancora - e lo si può constatare fin dall’editoriale in apertura - da luoghi comuni, quali emergono prepotentemente in tutto il numero monografico, riproponendosi nei diversi contributi. Cerco di cogliere l’occasione della presente iniziativa editoriale per offrire alcuni spunti al fine di individuarli, dibatterli e - sperabilmente - estirparli dal comune sentire. Seguendo la traccia dell’editoriale "Condividere sempre la cura dei figli", mi limiterò ai tre luoghi comuni che in esso sono stati raccolti e proposti:
1 - la separazione della coppia genitoriale sarebbe un rimedio ad una preesistente conflittualità;
2 - il genitore maggiormente penalizzato dalla separazione sarebbe quello di genere femminile;
3 - i servizi prodotti con il pubblico denaro avrebbero una funzione salutare sui minori e sugli adulti coinvolti nella separazione della coppia genitoriale.
Ve ne sarebbero anche degli altri, sparsi nei testi, ma l’esame dell’editoriale appare già, di per sé, significativo. Inanellarnene tre giusto nell’itrodurre il discorso denota già una visione complessivamente distorta del problema. Primo luogo comune “la separazione è un rimedio alla conflittualità” Questo è veramente il primo di tutti i luoghi comuni. È da esso che, in concatenazione logica, discendono molti altri.È anche quello più radicalmente fuorviante.Alla visione della separazione come rimedio consequenziale, quanto meno opportuno se non proprio necessario, alla conflittualità nella coppia genitoriale ne oppongo quest’altra come più realistica: “è la conflittualità tra le parti della coppia ad essere originata dalla separazione, intesa come decisione di almeno una delle due di non considerare impegnativa la volontà di solidarietà espressa in precedenza; è ancora la separazione, intesa come “séparation de corps” che esaspera ulteriormente - talvolta fino al parossismo - la conflittualità tra i genitori psicologicamente già separati”. Ad un osservatore semplice appare ovvio che sia il sole a girare, ogni 24 ore, attorno alla terra. Con un po’ di ragionamento, invece, appare molto più credibile la rappresentazione del moto reciproco come circolare della terra attorno al sole e della terra sul proprio asse. Così appare semplice (ma per qualcuno è anche molto utile) interpretare la separazione come la conseguenza di una insostenibile vita a due. Ma per spiegare da che cosa consegua che in una vita a due i conflitti, inevitabili nella natura umana, incomincino a non esser più compensabili, né gestibili, né sopportabili bisogna introdurre la credenza in qualche tanto maligno quanto imperscrutabile accidente esterno. La legislazione oggi (21° secolo) in vigore in Italia è la conseguenza di questo drammatico errore di prospettiva: “La separazione personale può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione ....” recita l’art. 151 del Codice Civile dopo la riforma della Legge n. 151 del 1975, codificando l’insostenibile assurdità per cui un sodalizio tra due persone - di rilevante importanza sociale per la capacità di generare nuove vite, bisognose, per non meno di tre-quattro lustri, di cure ed attenzioni, risorse materiali ed amore che esclusivamente nei componenti del sodalizio sono rinvenibili - che si può costituire inderogabilmente ed esclusivamente per un puro atto della volontà, liberamente e consapevolmente espresso (vuoi tu ......?), può, invece, essere sciolto “indipendentemente dalla volontà” dei contraenti, ovvero per qualche “malattia” o una pura “congiuntura” negativa delle stelle. Appare meno invischiato nella mentalità magica, in una cultura superstiziosa, più serio e credibile pensare, invece, che se la vita in comune è divenuta intollerabile ciò è semplicemente perché in una o entrambe le parti è venuta meno la volontà precedentemente enunciata di tollerarla. Se i conflitti sono divenuti ingestibili, non compensabili, intollerabili è perché è venuta meno la volontà di gestirli, di compensarli, di tollerarli. È il deterioramento della qualità del rapporto ad essere conseguenza della separazione psicologica di almeno uno dei due genitori e non la causa della stessa. Se “matrimonio” è espressa volontà di due persone adulte, consapevoli e responsabili, “separazione” null'altro può essere che il ritiro di almeno una delle due dalla pregressa volontà matrimoniale. È il ritiro della volontà espressa, nuovamente esercizio della propria libertà ed ulteriore fonte di responsabilità individuale, dapprima inespresso verbalmente, ma che si appalesa inequivocabilmente attraverso il deterioramento del rapporto personale, quello che porta alla successiva rottura formalizzata. Se non viene più trovato il punto in cui venirsi reciprocamente incontro è semplicemente perché non viene più cercato - almeno non collettivamente - perché non è più significativo trovarlo. È la mancanza di interesse e di impegno nella gestione dei conflitti interpersonali il segno più evidente dell’avvenuta separazione psicologica di almeno uno dei due ex partner. È pane quotidiano degli operatori del settore ed esperienza sotto gli occhi di tutti che la conflittualità tra gli ex partner non è sedata affatto dalla successiva “séparation de corps”, ma, caso mai, si accentua ed special modo quando residuano dei figli da accudire, da educare e da mantenere. Venuto allo scoperto, tolto anche il velo dell’ipocrisia o del timore del giudizio del prossimo, è chi ha ritrattato che perde ogni freno al magnificare ogni umana miseria dell’altro coniuge e di sfruttarla al fine di monetizzare a proprio vantaggio i possibili investimenti nel precedente sodalizio. La conflittualità, a questo punto, viene ulteriormente inasprita per il fatto che, quand'anche lecito dal punto di vista legale, il ritrattare la propria solenne dichiarazione di volontà, specialmente su questioni fondamentali della propria vita, è moralmente screditante. Una volontà fragile, incerta, una disinvoltura nel promettere anche quanto non si è in grado di mantenere l'impegno, provoca pena, compatimento e/o rifiuto sociale. Ecco, quindi, l’incentivo che ha chi si è ricreduto a “giustificarsi” davanti al prossimo e, almeno per qualcuno, anche davanti alla propria coscienza, ovvero a presentarsi come “costretto” a rimangiarsi la parola. Da qui la necessità di ingigantire ogni aspetto più prosaico o, semplicemente, meno brillante della persona con cui ha convissuto o anche d’opportunità di creare ad arte situazioni nuove al fine di mettere meglio in evidenza quelle carenze che si erano precedentemente accettate nella persona che si aveva espressamente dichiarato di voler amare. Il tutto in un incremento parossistico che non può non coinvolgere le altre figure del disciolto nucleo familiare, cioè i figli, sotto lo sguardo, in tale caso, compunto ed interessato di giudici, avvocati, psicologi, assistenti sociali ed ogni altro mestierante che da tali situazioni riceve l’essenziale raison d’être. Secondo luogo comune “il genitore maggiormente penalizzato dalla separazione è quello di genere femminile” Sarebbe un dato di fatto se l’analisi statistica per sesso delle richieste di separazioneevidenziasse una preponderanza maschile nel prendere l’iniziativa. Sarebbe lecito, infatti, assumere che i meno riluttanti a prendere l’iniziativa siano, quanto meno statisticamente, i meno danneggiati. Andrea Salvini, che nel proprio contributo ha fornito dati statistici aggiornatissimi sul fenomeno, glissa sul punto, ma già sin d’ora, a meno di improbabili smentite - dato che “natura non facit saltus”- si può dire che è statisticamente la donna quella che più spesso prende l’iniziativa giudiziaria e quella che è maggiormente favorita nel sanzionamento della separazione personale, in special modo in presenza di figli. Non credo che i dati riportati dalla stampa una quindicina di anni or sono, limitati al Tribunale di Trieste, che vedevano le femmine attrici della richiesta di sanzionare la separazione in ragione di 3:1, possa essersi ribaltata. Forse attenuata, forse ridottasi al punto tale a vedere la parte attorea in campo femminile “solo” in un rapporto di preponderanza del 2:1. In attesa che qualcuno ci fornisca dati recenti, possiamo già anticipare che, comunque, anche se fossero confermati o persino aumentati i rapporti di preponderanza ed estesi da Trieste a tutto il territorio nazionale, il bello spirito che continui a dire che sono le donne le maggiormente danneggiate nella separazione lo si continuerebbe a trovare egualmente. Recentissimamente la cronaca nera di Trieste ha riportato un’aggressione mortale per motivi passionali di una 58 enne contro il marito di 63, da cui viveva separata. L' aggressione omicida è avvenuta nella casa abitata dall’uomo, che la donna era andata a trovare portando seco, nella borsetta, l’arma del delitto: un coltello da cucina. È stato interessante notare come la cronaca non abbia mancato di riportare chi negasse l'ipotesi della premeditazione nel delitto sostenendo che la donna si era portata con sé il coltello perché ... temeva di essere aggredita! Appare ovvio che se si è disposti a credere che ci sia una donna si rechi a trovare l’ex marito per venire aggredita e per doversi difendere, altrettanto si potrebbe credere esserci donne che prendano, in numero preponderante, l’iniziativa di andare in tribunale per chiedere di venire danneggiate. Tralasciando qualche risvolto ameno di una tragica realtà, non dobbiamo dimenticare che, al momento dell’approvazione della legge oggi in vigore, la n° 151 “Riforma del Diritto di Famiglia” del 1975, l’allora Presidente della Camera, certa Nilde Jotti, non mancò di presentarla esplicitamente come “un regalo fatto alle donne”. Bisogna riconoscere all’esponente del Partito Comunista Italiano doti di realismo politico e sociale e di schiettezza di linguaggio. Dovremmo esserle grati per averci risparmiato la fetida ipocrisia di presentarcela come una legge in favore del superiore interesse del minore. In effetti la “Riforma del Diritto di Famiglia” del 1975 è quella che ha introdotto nel diritto italiano l’esproprio dell’uso dell’ex alloggio coniugale a favore di quello che la legge ipocritamente definisce “genitore affidatario”, ma che la Jotti lucidamente identificava come “le donne”. Anche se oggi le aspettative messianiche allora alimentate dal Partito Comunista hanno perduto presa e sono andate in oblio, non sarebbe mica male ricordare che all’epoca esse trovavano credito maggiore negli strati più popolari e molto tra le donne. Altrettanto opportuno sarebbe tenere ben presente che il favore che la Jotti con il suo P.C.I. volevano intenzionalmente assegnare alle donne in caso di separazione non era per nulla di poco conto, dal momento che un alloggio era ed è il bene di più alto peso economico che l’operaio o l’impiegato medio italiano possa produrre e si riesca a procurare in un’intera vita di lavoro. Se dai dati anticipati nel contributo di Salvini l’affidamento materno è sceso di due punti (dal precedente 93 all’attuale 91), la percentuale delle donne separate che ancor oggi godono dello straordinario regalo non è per questo meno “bulgara”. Se bisogna pur riconoscere che la mancanza di ipocrisia della Jotti toglie ogni dubbio sulla finalità adultocentrica della legge in vigore, per altro verso le sue dichiarazioni non mettono in giusta luce il cinismo e del Partito Comunista e di coloro che allora votarono la legge e di quelli che ancor oggi continuano a sostenerla, intenzionalmente contro gli interessi dei minori.
È, infatti, il “premio” dell’alloggio a chi si accaparra le spoglie dei figli che instaura, alimenta e motiva la gran parte dei più furibondi ed apparentemente irragionevoli contenziosi giudiziari per impedire che i figli continuino ad avere entrambi i due genitori. Nel ‘75 tutto quello che sapeva di prevalenza del sociale sul diritto di proprietà privata era molto in auge. La superiorità intrinseca del “pubblico” sul “privato” era un mito che affascinava molti, tra ingenui e malintenzionati. Se si ripristinasse la normalità ante 1975 nel diritto all’uso della proprietà immobiliare di propria abitazione, sarebbe molto realistico prevedere un significativo e sano riequilibrio nella distribuzione statistica degli affidamenti tra i due sessi ed un fiorire della pratica dell’affidamento condiviso. Molti “cuori di mammà” si rassegnerebbero di buon grado a perdere l’onere della cura dei figli ove non potessero avvalersi degli attuali vantaggi. Una più equilibrata ripartizione di vantaggi e svantaggi, di diritti e di doveri tra i genitori nella separazione ridurrebbe grandemente la conflittualità alle spalle ed in danno ai figli e fors’anche il grande incremento che ha caratterizzato il numero delle separazioni celebrate negli ultimi 10 anni. La diffusa conflittualità nelle separazioni, invece, testimonia già, prima ancora della conferma nei dati statistici, il profondo squilibrio nella attuale ripartizione degli oneri. Terzo luogo comune “i servizi prodotti con il pubblico denaro hanno una funzione salutare sui minori e sugli adulti coinvolti nella separazione”  Basterebbe un rapido sguardo agli indici di prestazione dei servizi - a cominciare dagli orari in cui si mettono a disposizione del pubblico - per capire quanto poco essi siano customer oriented e quanto, invece, operator oriented. Fuor di metafora: i servizi socio-assistenzial-sanitari propagandati come utili a sedare la conflittualità tra genitori sono, in realtà, essenzialmente dei distributori di posti di lavoro sicuro e puntuali pagatori di non trascurabili stipendi, utili a creare consenso sociale e politico a favore di chi detiene il potere nella gestione pubblica. Il benessere del cittadino è un sottoprodotto dell’impresa, gradito ed auspicato da ogni parte, ma non indispensabile a chi la gestisce. Nessuno ha mai chiuso un servizio socio-assistenziale pubblico perché l’utenza non ne era soddisfatta. Il servizio è venuto a mancare, magari con qualche sciopero, perché lo stipendio non era stato distribuito puntualmente o non raggiungeva il livello adeguato ai requisiti degli operatori. In buona sostanza: i servizi offerti dalla gestione pubblica per la separazione di genitori e per l’affidamento dei figli si appiattiscono generalmente, sistematicamente e sfacciatamente sul modello del “piangere il morto (i poveri bambini) per fregare il vivo (il contribuente)”. Non è che il servizio debba essere intrinsecamente nullo o, peggio, negativo. Non è nemmeno un problema di gestione, più o meno oculata e professionale, di competenze tecnico-scientifiche, di efficienza, né di maggiore o minore orientamento alla customer satisfaction. Il servizio non sarà mai in grado di fornire un beneficio all’utenza quando utilizzato per gestire e governare una conflittualità che non è una malattia - che ti può colpire anche se ti lavi le mani ogni volta prima di andar a pranzo - ma è una diretta conseguenza di una libera scelta di vita o, meglio, un altrettanto libera abiura di una precedente scelta di vita. I servizi pubblici, se ben gestiti, da competenti, se ben orientati e guidati, potrebbero essere un utile strumento per aiutare una famiglia che vuole rimanere unita, in cui entrambi i genitori non intendono rimangiarsi la volontà che li aveva uniti. Una volta che uno dei due si rimangi la volontà espressa in precedenza di mantenere l’unione, i servizi e tutto il loro armamentario di mediazioni non servono più ad altro che a “curare” i problemi familiari degli operatori. Tutti, infatti, chi più, chi meno, “tengono famiglia” e la loro famiglia andrebbe incontro a seri problemi se quella fonte di reddito venisse meno. Da qui tutto l’impegno degli operatori a continuare comunque, pur in assenza di qualsiasi possibilità di successo. La sopravvivenza dell’offerta di servizio pubblico anche in condizioni di mancanza di presupposti minimi di utilità alla coppia genitoriale ed ai loro figli è alimentata anche dal requisito di soddisfare quell’utenza “istituzionale” che è costituita dai giudici minorili. Il servizio, cioè, senza smettere i panni dell’aiuto al cittadino e del terapeuta, viene contemporaneamente chiamato ad agire a scopi fiscali ed indagatori, per acquisire informazioni e “prove” con cui il giudice minorile possa supportare gli interventi di autorità, da eseguire anche con la forza. Questo ramo di attività da (p)sicofanti ad opera delle organizzazioni socio-assistenzial- sanitarie, non è affatto da trascurare. Per quanto ridotto possa essere l’impegno verso le separazioni trattate dai giudici minorili rispetto quelle trattate dal tribunale ordinario - dove le informazioni e le prove vanno reperite attraverso delle funzioni giudiziarie, i Consulenti Tecnici, che sono a carico degli utenti e non prestate dal servizio pubblico, proprio per le scarse garanzie che sono proprie di quest’ultimo - esso è tale da inquinare irreparabilmente la credibilità di tutto il sevizio offerto, compreso il ramo che si presenta con le buone vesti dell’aiuto e del sostegno. La stessa mano che si porge per dare sostegno può, in ogni momento e senza garanzia alcuna di difesa, vibrare la coltellata della delazione e della calunnia. Il pericolo, in Italia, è incombente e gravissimo. Il permanere di un’istituzione giudiziaria confliggente con i diritti fondamentali della persona umana come il Tribunale per i Minorenni, oggi anche incompatibile con i principi del giusto processo, ha infettato, per sua intrinseca natura abusante, l’intera branca della malasanità italiana dei servizi territoriali specificatamente dedicata al sostegno dei minori abusati. L'istituzione giudiziaria abusante ha sostenuto, al loro interno, l’attività degli (p)sicofanti sottraendola al controllo tecnico-deontologico del servizio e ne ha favorito l’infiltrazione ed il condizionamento da parte di una rete di Maccarthisti dell’abuso in famiglia, nella quale confluiscono elementi esaltati in buona fede, elementi ignoranti opportunisti, profittatori di ogni genere. In questo contesto di corruzione sociale sarebbe parso strano se non si fosse tentato l' en plein, sottoponendo al potere del giudice, quello ordinario per le separazione ed i divorzi, anche l’attività di sostegno e mediazione offerto dagli stessi servizi. Qualcuno ha ritenuto doversi imbastire ed alimentare un dibattito per veder stabilita la liceità o meno di una attività di servizio di tipo mediatico-terapeutico a favore della coppia separata con figli che possa essere erogato e fruito in forma obbligatoria, per decisione del giudice, o se sia lecito solo aspettare che i “malati” si presentino spontaneamente alla “cura”. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è largamente praticato in paesi come la Cina per “curare” i “devianti”, ovvero per coortare la volontà dei cittadini di dubbia ortodossia di regime, come gli adepti al Falung Dong. In Italia, dove tra chi ci ha fin qui governato non mancano gli estimatori del grande paese asiatico, non potrebbero mancare certamente, tra gli operatori del business degli affidamenti dei minori, chi vorrebbe applicare lo stesso principio anche ai “devianti” che si separano in presenza di figli minori. Fuori da questa logica repressiva, il problema nemmeno si pone. L’opera del servizio mirata a qualsiasi forma di sostegno alla famiglia che vuole rimanere unita non può che cessare immediatamente al momento stesso in cui uno di due partner dimostri inequivocabilmente, con il proprio comportamento, di volersi rimangiare la volontà coniugale. La presenza di un’istanza al giudice chiude, per incompatibilità insanabile, la porta a qualsiasi attività del mediatore. Un a mediazione per decisione del giudice non è che una forma di TSO. Crimine contro la persona umana da parte del giudice e prostituzione degli operatori del servizio “salutare”. La scissione della coppia, intesa come ritiro della volontà precedentemente espressa, presupposto e causa della conflittualità non compensata all’interno della coppia, che si esaspera con il trattamento procedurale legale che porta ad una “séparation de corps” fortemente sperequata nella ripartizione degli oneri che ne conseguono, non è una malattia, ma una atto della volontà. Come tale non può essere oggetto di un trattamento “sanitario” da parte dei servizi pubblici.
Conclusione:
Gli atti della volontà delle persone consapevoli e responsabili, qualora ledessero diritti altrui, possono essere oggetto di trattamento del servizio giustizia, che ha per scopo quello di individuare responsabilità, sanzionarle, obbligare, reprimere, non certo quello di curare né di aiutare. Nella situazione attuale è evidente il crescere del disagio del giudice italiano per vedersi progressivamente erodere l’autorevolezza, il credito, l’affidabilità in seno alla società. Ciò è dovuto ad una molteplicità di motivi che non è il caso qui di esaminare. Il giudice vive la condizione di sentire sempre più il bisogno di “medicalizzare” il proprio problema, che, invece, è squisitamente giuridico, ma che non è capace di risolvere. Le sentenze in cui l’ablazione di un genitore piuttosto che l’altro viene disposta non perché così stabilito dalla legge vigente, ma perché così “ha detto il dottore” sono, ormai, standard. Se il separato è un povero malato, il giudice ritiene di ritagliarsi un ruolo socialmente valido pensando a cosa fargli fare per il bene della salute sua e dei suoi figli, non c’è dubbio. La legge? Cosa c’entra? Fa bene alla salute dei bambini? Siamo seri! Non dice la legge che il giudice deve fare il bene dei bambini, e basta? Il giudice ce la fa solo se può apparire come braccio secolare della scienza medica o psicologica, quelle che, nella credenza del popolino, non possono mancare di risolvere tutte le malattie, sia della carne che dello spirito. Ecco, quindi, come appare evidente sia del potere giudiziario tutto l’interesse ad alimentare gli equivoci luoghi comuni. L’incapacità professionale lo pone alla ricerca su chi poter scaricare il compito di scegliere e giudicare. Qualcuno su cui il giudice mantenga ampio potere di influenzare l’esito del responso, affinché arrivi dove il giudice ha deciso debba arrivare. Gli (p)sicofanti dei servizi pubblici appaiono prestarsi volentieri a permettere al giudice di decidere, tenendosi ben celato, ad arbitrio, secondo i suoi pallini, le sue pulsioni, le sue tare di personalità. L’argomento della patologia del giudice e del sistema che egli si crea attorno, la quale, surrogando nei tribunali la legge, alimenta la conflittualità tra chi si è già separato psicologicamente, è stato già affrontato in autorevoli sedi. Invito, qui, a rivedere almeno: Patat G., “Audizione presso la Commissione Speciale Competente in Materia di Infanzia - Camera dei Deputati” del 14.2.96; Senatori Cortelloni A.,Corsi Zeffirelli G. F., Firrarello G., Mantica A., Lauria B., Napoli R., Di Benedetto D., Besostri F. C., Nava D., Rescaglio A., Mundi V., “Relazione al DDL S. 4805 della XIII Legislatura - Soppressione del tribunale per i minorenni ed istituzione di sezioni specializzate per gli affari familiari e per i minori presso i tribunali ordinari” e Giordano G., “Ricorsività del conflitto come metodo di gestione delle separazioni coniugali e la sua importanza nelle patologie "macrosistemiche"”. La “conflittualità”, originata dalla separazione psicologica all’interno della coppia, viene attizzata dalla patologia del giudice e del sistema che egli è in grado di crearsi attorno e nel quale i servizi socio-assistenzial-sanitari sono già parte. Per tale sistema, a sua volta, la “conflittualità” della coppia genitoriale e le ripercussioni negative sui figli costituiscono indispensabile raison d’être e materia prima da sfruttare per mantenere alta la redditività del business.

Con stima

 

 

                                        Pierpaolo Poldrugo