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sono qui a scrivere per congratularmi, sostanzialmente, per l’aver visto
focalizzare
l'intero numero del febbraio 2001 sull’argomento dei minori in relazione alle
separazioni coniugali, che seguo da tempo. Esso si aggiunge e completa quanto
sporadicamente trattato sull'argomento in varie precedenti occasioni.
La variegata gamma di punti di vista rappresentati fa sì che il numero della
rivista
possa essere preso ad indicatore dello stato delle conoscenze attuali in Italia
su
questo fenomeno sociale.
Stato caratterizzato ancora - e lo si può constatare fin dall’editoriale in
apertura - da
luoghi comuni, quali emergono prepotentemente in tutto il numero monografico,
riproponendosi nei diversi contributi.
Cerco di cogliere l’occasione della presente iniziativa editoriale per offrire
alcuni
spunti al fine di individuarli, dibatterli e - sperabilmente - estirparli dal
comune sentire.
Seguendo la traccia dell’editoriale "Condividere sempre la cura dei
figli", mi limiterò
ai tre luoghi comuni che in esso sono stati raccolti e proposti:
1 - la separazione della coppia genitoriale sarebbe un rimedio ad una
preesistente
conflittualità;
2 - il genitore maggiormente penalizzato dalla separazione sarebbe quello di
genere
femminile;
3 - i servizi prodotti con il pubblico denaro avrebbero una funzione salutare
sui minori
e sugli adulti coinvolti nella separazione della coppia genitoriale.
Ve ne sarebbero anche degli altri, sparsi nei testi, ma l’esame
dell’editoriale appare
già, di per sé, significativo. Inanellarnene tre giusto nell’itrodurre il
discorso denota già
una visione complessivamente distorta del problema.
Primo luogo comune
“la separazione è un rimedio alla conflittualità”
Questo è veramente il primo di tutti i luoghi comuni.
È da esso che, in concatenazione logica, discendono molti altri.È anche quello più radicalmente fuorviante.Alla visione della separazione come rimedio consequenziale, quanto meno
opportuno
se non proprio necessario, alla conflittualità nella coppia genitoriale ne
oppongo
quest’altra come più realistica:
“è la conflittualità tra le parti della coppia ad essere originata dalla
separazione,
intesa come decisione di almeno una delle due di non considerare impegnativa
la volontà di solidarietà espressa in precedenza; è ancora la separazione,
intesa
come “séparation de corps” che esaspera ulteriormente - talvolta fino al
parossismo - la conflittualità tra i genitori psicologicamente già
separati”.
Ad un osservatore semplice appare ovvio che sia il sole a girare, ogni 24 ore,
attorno
alla terra.
Con un po’ di ragionamento, invece, appare molto più credibile la
rappresentazione
del moto reciproco come circolare della terra attorno al sole e della terra sul
proprio
asse. Così appare semplice (ma per qualcuno è anche molto utile) interpretare
la
separazione come la conseguenza di una insostenibile vita a due. Ma per spiegare
da
che cosa consegua che in una vita a due i conflitti, inevitabili nella natura
umana,
incomincino a non esser più compensabili, né gestibili, né sopportabili
bisogna
introdurre la credenza in qualche tanto maligno quanto imperscrutabile accidente
esterno.
La legislazione oggi (21° secolo) in vigore in Italia è la conseguenza di
questo
drammatico errore di prospettiva:
“La separazione personale può essere chiesta quando si verificano, anche
indipendentemente dalla volontà di uno o entrambi i coniugi, fatti tali da
rendere intollerabile la prosecuzione ....”
recita l’art. 151 del Codice Civile dopo la riforma della Legge n. 151 del
1975,
codificando l’insostenibile assurdità per cui un sodalizio tra due persone -
di rilevante
importanza sociale per la capacità di generare nuove vite, bisognose, per non
meno di
tre-quattro lustri, di cure ed attenzioni, risorse materiali ed amore che
esclusivamente
nei componenti del sodalizio sono rinvenibili - che si può costituire
inderogabilmente
ed esclusivamente per un puro atto della volontà, liberamente e consapevolmente
espresso (vuoi tu ......?), può, invece, essere sciolto “indipendentemente
dalla
volontà” dei contraenti, ovvero per qualche “malattia” o una pura
“congiuntura”
negativa delle stelle.
Appare meno invischiato nella mentalità magica, in una cultura superstiziosa,
più serio
e credibile pensare, invece, che se la vita in comune è divenuta intollerabile
ciò è
semplicemente perché in una o entrambe le parti è venuta meno la volontà
precedentemente enunciata di tollerarla. Se i conflitti sono divenuti
ingestibili, non
compensabili, intollerabili è perché è venuta meno la volontà di gestirli,
di compensarli,
di tollerarli.
È il deterioramento della qualità del rapporto ad essere conseguenza della
separazione
psicologica di almeno uno dei due genitori e non la causa della stessa.
Se “matrimonio” è espressa volontà di due persone adulte, consapevoli e
responsabili,
“separazione” null'altro può essere che il ritiro di almeno una delle due
dalla pregressa
volontà matrimoniale.
È il ritiro della volontà espressa, nuovamente esercizio della propria libertà
ed ulteriore
fonte di responsabilità individuale, dapprima inespresso verbalmente, ma che si
appalesa inequivocabilmente attraverso il deterioramento del rapporto personale,
quello che porta alla successiva rottura formalizzata.
Se non viene più trovato il punto in cui venirsi reciprocamente incontro è
semplicemente
perché non viene più cercato - almeno non collettivamente - perché non è più
significativo trovarlo.
È la mancanza di interesse e di impegno nella gestione dei conflitti
interpersonali il segno
più evidente dell’avvenuta separazione psicologica di almeno uno dei due ex
partner.
È pane quotidiano degli operatori del settore ed esperienza sotto gli occhi di
tutti che
la conflittualità tra gli ex partner non è sedata affatto dalla successiva
“séparation de
corps”, ma, caso mai, si accentua ed special modo quando residuano dei figli
da
accudire, da educare e da mantenere.
Venuto allo scoperto, tolto anche il velo dell’ipocrisia o del timore del
giudizio del
prossimo, è chi ha ritrattato che perde ogni freno al magnificare ogni umana
miseria
dell’altro coniuge e di sfruttarla al fine di monetizzare a proprio vantaggio
i possibili
investimenti nel precedente sodalizio. La conflittualità, a questo punto, viene
ulteriormente inasprita per il fatto che, quand'anche lecito dal punto di vista
legale, il
ritrattare la propria solenne dichiarazione di volontà, specialmente su
questioni
fondamentali della propria vita, è moralmente screditante. Una volontà
fragile, incerta,
una disinvoltura nel promettere anche quanto non si è in grado di mantenere
l'impegno,
provoca pena, compatimento e/o rifiuto sociale. Ecco, quindi, l’incentivo che
ha chi si
è ricreduto a “giustificarsi” davanti al prossimo e, almeno per qualcuno,
anche davanti
alla propria coscienza, ovvero a presentarsi come “costretto” a rimangiarsi
la parola.
Da qui la necessità di ingigantire ogni aspetto più prosaico o, semplicemente,
meno
brillante della persona con cui ha convissuto o anche d’opportunità di creare
ad arte
situazioni nuove al fine di mettere meglio in evidenza quelle carenze che si
erano
precedentemente accettate nella persona che si aveva espressamente dichiarato di
voler amare.
Il tutto in un incremento parossistico che non può non coinvolgere le altre
figure del
disciolto nucleo familiare, cioè i figli, sotto lo sguardo, in tale caso,
compunto ed
interessato di giudici, avvocati, psicologi, assistenti sociali ed ogni altro
mestierante che
da tali situazioni riceve l’essenziale raison d’être.
Secondo luogo comune
“il genitore maggiormente penalizzato dalla separazione è quello di genere
femminile”
Sarebbe un dato di fatto se l’analisi statistica per sesso delle richieste di
separazioneevidenziasse una preponderanza maschile nel prendere l’iniziativa.
Sarebbe lecito, infatti, assumere che i meno riluttanti a prendere
l’iniziativa siano,
quanto meno statisticamente, i meno danneggiati.
Andrea Salvini, che nel proprio contributo ha fornito dati statistici
aggiornatissimi sul
fenomeno, glissa sul punto, ma già sin d’ora, a meno di improbabili smentite
- dato
che “natura non facit saltus”- si può dire che è statisticamente la donna
quella che
più spesso prende l’iniziativa giudiziaria e quella che è maggiormente
favorita nel
sanzionamento della separazione personale, in special modo in presenza di figli.
Non
credo che i dati riportati dalla stampa una quindicina di anni or sono, limitati
al
Tribunale di Trieste, che vedevano le femmine attrici della richiesta di
sanzionare la
separazione in ragione di 3:1, possa essersi ribaltata. Forse attenuata, forse
ridottasi
al punto tale a vedere la parte attorea in campo femminile “solo” in un
rapporto di
preponderanza del 2:1.
In attesa che qualcuno ci fornisca dati recenti, possiamo già anticipare che,
comunque,
anche se fossero confermati o persino aumentati i rapporti di preponderanza ed
estesi
da Trieste a tutto il territorio nazionale, il bello spirito che continui a dire
che sono le
donne le maggiormente danneggiate nella separazione lo si continuerebbe a
trovare
egualmente.
Recentissimamente la cronaca nera di Trieste ha riportato un’aggressione
mortale per motivi passionali di una 58 enne contro il marito di 63, da cui
viveva separata. L' aggressione omicida è avvenuta nella casa abitata dall’uomo, che la donna era
andata
a trovare portando seco, nella borsetta, l’arma del delitto: un coltello da
cucina. È
stato interessante notare come la cronaca non abbia mancato di riportare chi
negasse
l'ipotesi della premeditazione nel delitto sostenendo che la donna si era
portata con
sé il coltello perché ... temeva di essere aggredita!
Appare ovvio che se si è disposti a credere che ci sia una donna si rechi a
trovare l’ex
marito per venire aggredita e per doversi difendere, altrettanto si potrebbe
credere
esserci donne che prendano, in numero preponderante, l’iniziativa di andare in
tribunale per chiedere di venire danneggiate.
Tralasciando qualche risvolto ameno di una tragica realtà, non dobbiamo
dimenticare
che, al momento dell’approvazione della legge oggi in vigore, la n° 151
“Riforma del
Diritto di Famiglia” del 1975, l’allora Presidente della Camera, certa Nilde
Jotti, non
mancò di presentarla esplicitamente come “un regalo fatto alle donne”.
Bisogna riconoscere all’esponente del Partito Comunista Italiano doti di
realismo
politico e sociale e di schiettezza di linguaggio. Dovremmo esserle grati per
averci
risparmiato la fetida ipocrisia di presentarcela come una legge in favore del
superiore
interesse del minore.
In effetti la “Riforma del Diritto di Famiglia” del 1975 è quella che ha
introdotto nel
diritto italiano l’esproprio dell’uso dell’ex alloggio coniugale a favore
di quello che la
legge ipocritamente definisce “genitore affidatario”, ma che la Jotti
lucidamente
identificava come “le donne”.
Anche se oggi le aspettative messianiche allora alimentate dal Partito Comunista
hanno perduto presa e sono andate in oblio, non sarebbe mica male ricordare che
all’epoca esse trovavano credito maggiore negli strati più popolari e molto
tra le
donne.
Altrettanto opportuno sarebbe tenere ben presente che il favore che la Jotti con
il suo
P.C.I. volevano intenzionalmente assegnare alle donne in caso di separazione non
era
per nulla di poco conto, dal momento che un alloggio era ed è il bene di più
alto peso
economico che l’operaio o l’impiegato medio italiano possa produrre e si
riesca a
procurare in un’intera vita di lavoro.
Se dai dati anticipati nel contributo di Salvini l’affidamento materno è
sceso di due
punti (dal precedente 93 all’attuale 91), la percentuale delle donne separate
che
ancor oggi godono dello straordinario regalo non è per questo meno
“bulgara”.
Se bisogna pur riconoscere che la mancanza di ipocrisia della Jotti toglie ogni
dubbio
sulla finalità adultocentrica della legge in vigore, per altro verso le sue
dichiarazioni
non mettono in giusta luce il cinismo e del Partito Comunista e di coloro che
allora
votarono la legge e di quelli che ancor oggi continuano a sostenerla,
intenzionalmente
contro gli interessi dei minori.
È, infatti, il “premio” dell’alloggio a chi si accaparra le spoglie dei
figli che instaura,
alimenta e motiva la gran parte dei più furibondi ed apparentemente
irragionevoli
contenziosi giudiziari per impedire che i figli continuino ad avere entrambi i
due
genitori.
Nel ‘75 tutto quello che sapeva di prevalenza del sociale sul diritto di
proprietà
privata era molto in auge. La superiorità intrinseca del “pubblico” sul
“privato” era un
mito che affascinava molti, tra ingenui e malintenzionati.
Se si ripristinasse la normalità ante 1975 nel diritto all’uso della proprietà
immobiliare
di propria abitazione, sarebbe molto realistico prevedere un significativo e
sano
riequilibrio nella distribuzione statistica degli affidamenti tra i due sessi ed
un fiorire
della pratica dell’affidamento condiviso. Molti “cuori di mammà” si
rassegnerebbero
di buon grado a perdere l’onere della cura dei figli ove non potessero
avvalersi degli
attuali vantaggi.
Una più equilibrata ripartizione di vantaggi e svantaggi, di diritti e di
doveri tra i
genitori nella separazione ridurrebbe grandemente la conflittualità alle spalle
ed in
danno ai figli e fors’anche il grande incremento che ha caratterizzato il
numero delle
separazioni celebrate negli ultimi 10 anni.
La diffusa conflittualità nelle separazioni, invece, testimonia già, prima
ancora della
conferma nei dati statistici, il profondo squilibrio nella attuale ripartizione
degli oneri.
Terzo luogo comune
“i servizi prodotti con il pubblico denaro hanno una funzione salutare sui
minori e sugli adulti coinvolti nella separazione”
Basterebbe un rapido sguardo agli indici di prestazione dei servizi - a
cominciare dagli
orari in cui si mettono a disposizione del pubblico - per capire quanto poco
essi siano
customer oriented e quanto, invece, operator oriented.
Fuor di metafora: i servizi socio-assistenzial-sanitari propagandati come utili
a sedare
la conflittualità tra genitori sono, in realtà, essenzialmente dei
distributori di posti di
lavoro sicuro e puntuali pagatori di non trascurabili stipendi, utili a creare
consenso
sociale e politico a favore di chi detiene il potere nella gestione pubblica.
Il benessere del cittadino è un sottoprodotto dell’impresa, gradito ed
auspicato da
ogni parte, ma non indispensabile a chi la gestisce. Nessuno ha mai chiuso un
servizio
socio-assistenziale pubblico perché l’utenza non ne era soddisfatta. Il
servizio è
venuto a mancare, magari con qualche sciopero, perché lo stipendio non era
stato
distribuito puntualmente o non raggiungeva il livello adeguato ai requisiti
degli
operatori.
In buona sostanza: i servizi offerti dalla gestione pubblica per la separazione
di genitori
e per l’affidamento dei figli si appiattiscono generalmente, sistematicamente
e
sfacciatamente sul modello del “piangere il morto (i poveri bambini) per
fregare il
vivo (il contribuente)”.
Non è che il servizio debba essere intrinsecamente nullo o, peggio, negativo.
Non è
nemmeno un problema di gestione, più o meno oculata e professionale, di
competenze
tecnico-scientifiche, di efficienza, né di maggiore o minore orientamento alla
customer
satisfaction.
Il servizio non sarà mai in grado di fornire un beneficio all’utenza quando
utilizzato per
gestire e governare una conflittualità che non è una malattia - che ti può
colpire anche
se ti lavi le mani ogni volta prima di andar a pranzo - ma è una diretta
conseguenza di
una libera scelta di vita o, meglio, un altrettanto libera abiura di una
precedente scelta
di vita.
I servizi pubblici, se ben gestiti, da competenti, se ben orientati e guidati,
potrebbero
essere un utile strumento per aiutare una famiglia che vuole rimanere unita, in
cui
entrambi i genitori non intendono rimangiarsi la volontà che li aveva uniti.
Una volta che uno dei due si rimangi la volontà espressa in precedenza di
mantenere
l’unione, i servizi e tutto il loro armamentario di mediazioni non servono più
ad altro
che a “curare” i problemi familiari degli operatori. Tutti, infatti, chi più,
chi meno,
“tengono famiglia” e la loro famiglia andrebbe incontro a seri problemi se
quella fonte
di reddito venisse meno. Da qui tutto l’impegno degli operatori a continuare
comunque, pur in assenza di qualsiasi possibilità di successo.
La sopravvivenza dell’offerta di servizio pubblico anche in condizioni di
mancanza di
presupposti minimi di utilità alla coppia genitoriale ed ai loro figli è
alimentata anche dal
requisito di soddisfare quell’utenza “istituzionale” che è costituita dai
giudici minorili.
Il servizio, cioè, senza smettere i panni dell’aiuto al cittadino e del
terapeuta, viene
contemporaneamente chiamato ad agire a scopi fiscali ed indagatori, per
acquisire
informazioni e “prove” con cui il giudice minorile possa supportare gli
interventi di
autorità, da eseguire anche con la forza.
Questo ramo di attività da (p)sicofanti ad opera delle organizzazioni
socio-assistenzial-
sanitarie, non è affatto da trascurare. Per quanto ridotto possa essere
l’impegno verso
le separazioni trattate dai giudici minorili rispetto quelle trattate dal
tribunale ordinario
- dove le informazioni e le prove vanno reperite attraverso delle funzioni
giudiziarie, i
Consulenti Tecnici, che sono a carico degli utenti e non prestate dal servizio
pubblico,
proprio per le scarse garanzie che sono proprie di quest’ultimo - esso è tale
da
inquinare irreparabilmente la credibilità di tutto il sevizio offerto, compreso
il ramo che
si presenta con le buone vesti dell’aiuto e del sostegno. La stessa mano che
si porge
per dare sostegno può, in ogni momento e senza garanzia alcuna di difesa,
vibrare la
coltellata della delazione e della calunnia. Il pericolo, in Italia, è
incombente e
gravissimo. Il permanere di un’istituzione giudiziaria confliggente con i
diritti
fondamentali della persona umana come il Tribunale per i Minorenni, oggi anche
incompatibile con i principi del giusto processo, ha infettato, per sua
intrinseca natura
abusante, l’intera branca della malasanità italiana dei servizi territoriali
specificatamente dedicata al sostegno dei minori abusati. L'istituzione
giudiziaria
abusante ha sostenuto, al loro interno, l’attività degli (p)sicofanti
sottraendola al
controllo tecnico-deontologico del servizio e ne ha favorito l’infiltrazione
ed il
condizionamento da parte di una rete di Maccarthisti dell’abuso in famiglia,
nella
quale confluiscono elementi esaltati in buona fede, elementi ignoranti
opportunisti,
profittatori di ogni genere.
In questo contesto di corruzione sociale sarebbe parso strano se non si fosse
tentato
l' en plein, sottoponendo al potere del giudice, quello ordinario per le
separazione ed
i divorzi, anche l’attività di sostegno e mediazione offerto dagli stessi
servizi.
Qualcuno ha ritenuto doversi imbastire ed alimentare un dibattito per veder
stabilita la
liceità o meno di una attività di servizio di tipo mediatico-terapeutico a
favore della
coppia separata con figli che possa essere erogato e fruito in forma
obbligatoria, per
decisione del giudice, o se sia lecito solo aspettare che i “malati” si
presentino
spontaneamente alla “cura”.
Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è largamente praticato in paesi come la
Cina
per “curare” i “devianti”, ovvero per coortare la volontà dei cittadini
di dubbia
ortodossia di regime, come gli adepti al Falung Dong. In Italia, dove tra chi ci
ha fin
qui governato non mancano gli estimatori del grande paese asiatico, non
potrebbero
mancare certamente, tra gli operatori del business degli affidamenti dei minori,
chi
vorrebbe applicare lo stesso principio anche ai “devianti” che si separano
in presenza
di figli minori.
Fuori da questa logica repressiva, il problema nemmeno si pone.
L’opera del servizio mirata a qualsiasi forma di sostegno alla famiglia che
vuole
rimanere unita non può che cessare immediatamente al momento stesso in cui uno
di
due partner dimostri inequivocabilmente, con il proprio comportamento, di
volersi
rimangiare la volontà coniugale.
La presenza di un’istanza al giudice chiude, per incompatibilità insanabile,
la porta a
qualsiasi attività del mediatore.
Un a mediazione per decisione del giudice non è che una forma di TSO. Crimine
contro la persona umana da parte del giudice e prostituzione degli operatori del
servizio “salutare”.
La scissione della coppia, intesa come ritiro della volontà precedentemente
espressa,
presupposto e causa della conflittualità non compensata all’interno della
coppia, che si
esaspera con il trattamento procedurale legale che porta ad una “séparation
de
corps” fortemente sperequata nella ripartizione degli oneri che ne conseguono,
non è
una malattia, ma una atto della volontà. Come tale non può essere oggetto di
un
trattamento “sanitario” da parte dei servizi pubblici.
Conclusione:
Gli atti della volontà delle persone consapevoli e responsabili, qualora
ledessero diritti
altrui, possono essere oggetto di trattamento del servizio giustizia, che ha per
scopo
quello di individuare responsabilità, sanzionarle, obbligare, reprimere, non
certo quello
di curare né di aiutare.
Nella situazione attuale è evidente il crescere del disagio del giudice
italiano per
vedersi progressivamente erodere l’autorevolezza, il credito, l’affidabilità
in seno alla
società.
Ciò è dovuto ad una molteplicità di motivi che non è il caso qui di
esaminare.
Il giudice vive la condizione di sentire sempre più il bisogno di
“medicalizzare” il
proprio problema, che, invece, è squisitamente giuridico, ma che non è capace
di
risolvere.
Le sentenze in cui l’ablazione di un genitore piuttosto che l’altro viene
disposta non
perché così stabilito dalla legge vigente, ma perché così “ha detto il
dottore” sono,
ormai, standard.
Se il separato è un povero malato, il giudice ritiene di ritagliarsi un ruolo
socialmente
valido pensando a cosa fargli fare per il bene della salute sua e dei suoi
figli, non c’è
dubbio. La legge? Cosa c’entra? Fa bene alla salute dei bambini? Siamo seri!
Non
dice la legge che il giudice deve fare il bene dei bambini, e basta?
Il giudice ce la fa solo se può apparire come braccio secolare della scienza
medica o
psicologica, quelle che, nella credenza del popolino, non possono mancare di
risolvere tutte le malattie, sia della carne che dello spirito.
Ecco, quindi, come appare evidente sia del potere giudiziario tutto
l’interesse ad
alimentare gli equivoci luoghi comuni. L’incapacità professionale lo pone
alla ricerca
su chi poter scaricare il compito di scegliere e giudicare.
Qualcuno su cui il giudice mantenga ampio potere di influenzare l’esito del
responso,
affinché arrivi dove il giudice ha deciso debba arrivare. Gli (p)sicofanti dei
servizi
pubblici appaiono prestarsi volentieri a permettere al giudice di decidere,
tenendosi
ben celato, ad arbitrio, secondo i suoi pallini, le sue pulsioni, le sue tare di
personalità.
L’argomento della patologia del giudice e del sistema che egli si crea
attorno, la quale,
surrogando nei tribunali la legge, alimenta la conflittualità tra chi si è già
separato
psicologicamente, è stato già affrontato in autorevoli sedi. Invito, qui, a
rivedere
almeno: Patat G., “Audizione presso la Commissione Speciale Competente in
Materia di Infanzia - Camera dei Deputati” del 14.2.96; Senatori Cortelloni
A.,Corsi Zeffirelli G. F., Firrarello G., Mantica A., Lauria B., Napoli R., Di
Benedetto
D., Besostri F. C., Nava D., Rescaglio A., Mundi V., “Relazione al DDL S. 4805
della XIII Legislatura - Soppressione del tribunale per i minorenni ed
istituzione di
sezioni specializzate per gli affari familiari e per i minori presso i tribunali
ordinari” e
Giordano G., “Ricorsività del conflitto come metodo di gestione delle
separazioni
coniugali e la sua importanza nelle patologie "macrosistemiche"”.
La “conflittualità”, originata dalla separazione psicologica all’interno
della coppia,
viene attizzata dalla patologia del giudice e del sistema che egli è in grado
di crearsi
attorno e nel quale i servizi socio-assistenzial-sanitari sono già parte.
Per tale sistema, a sua volta, la “conflittualità” della coppia genitoriale
e le
ripercussioni negative sui figli costituiscono indispensabile raison d’être e
materia
prima da sfruttare per mantenere alta la redditività del business.
Con stima
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